Disturbi legati al cibo: il vomiting

di Dott.ssa Rachele Falcone · 29 Settembre 2019

Il vomiting è un disturbo alimentare che potremmo definire a metà strada tra l’anoressia e la bulimia; nonostante questa definizione a prima vista vaga, i tratti caratteristici e la specializzazione diagnostica del vomiting consentono di essere incisivi nel percorso terapeutico mirato.

Il disturbo è tipicamente femminile, anche se si riscontrano dei casi tra giovani uomini.

Chi soffre di vomiting, come il nome stesso suggerisce, vomita dopo aver mangiato; questo disordine alimentare inizia e si sviluppa generalmente perché il vomito è la tentata soluzione del soggetto che non vuole ingrassare né assimilare quello che mangia. Tale soggetto può essere una ragazza anoressica ossessionata dal controllo della bilancia, oppure la bulimica in preda al senso di colpa dopo un’abbuffata esagerata. Vomitando la persona si mantiene più o meno nei limiti del peso forma desiderato e, laddove riesca a nascondere il proprio disturbo, non desta preoccupazioni né riceve rimproveri da parte dei familiari.

Indipendentemente dalle ragioni che spingono a vomitare dopo ogni pasto, il vomito stesso pian piano si converte da “bisogno” a vero e proprio piacere perpetuato per la sola voglia di farlo. Difatti, la persona ben presto comincia a mangiare in maniera esagerata e compulsiva (quindi velocemente e senza assaporare il cibo), per poi vomitare tutto; quando si giunge a questa fase non si parla più di disturbo alimentare ma di vera e propria perversione, nella quale vomitare è un rituale irrinunciabile. A sostegno di ciò, diversi studi neurologici hanno evidenziato che qualsiasi comportamento, se ripetuto nel tempo, assume una connotazione di piacevolezza.

A proposito del vomiting, il prof. Nardone accosta il piacere del vomitare ad una sorta di “amante segreto” e “demone” che possiede con forza la persona, senza che lei riesca né a liberarsene né allo stesso tempo a farne a meno. Quindi, dal punto di vista terapeutico il problema non è più la necessità di monitorare il peso ma il controllo della compulsione piacevole data dal mangiare “per” vomitare (rigettare non è una conseguenza dell’aver mangiato, ma si mangia proprio per riuscire a vomitare). Le conseguenze del disturbo non sono solo a livello psicologico ma anche fisico, in quanto vomitare regolarmente provoca infiammazioni all’apparato gastro-esofageo, a causa dei succhi gastrici che corrodono inevitabilmente anche i denti.

Molte pazienti non hanno consapevolezza del contorto meccanismo innescato e perlopiù sono persone sole, molto inibite e spesso bloccate dalla loro moralità. Queste, se poste di fronte alla verità, si vergognano del comportamento disfunzionale messo in atto e diventano molto collaborative con lo psicoterapeuta. La strategia vincente è far comprendere loro, proprio facendo leva sul fatto di essere donne spesso rigide e con un forte senso etico-morale, che il rituale nel vomiting è riconducibile a tutti gli effetti ad una perversione sessuale; questa consapevolezza le mette fortemente in crisi, tanto da far interrompere la dinamica.

Altre tipologie di pazienti sono molto dipendenti dall’aspetto piacevole del disturbo (che ha una forte influenza sul far loro perpetuare il rituale), ma allo stesso tempo si sentono prigioniere e vogliono liberarsi del demone piacevole. In questi casi, ci si trova davanti pazienti moderatamente collaborative e si lavora sul controllo del sintomo, creando spazi temporali terapeutici tra l’abbuffata e il vomito, e quindi trasformando il piacere in una tortura dovuta all’attesa di quel tempo morto (accordato in terapia) prima di poter attuare il rituale.

Infine, esiste una percentuale di pazienti che non sono consapevoli dell’aspetto piacevole del disturbo, ma “semplicemente” sono compiaciute dal loro modo di agire; pertanto, risulta complesso intervenire perché restìe alla terapia. In questi casi bisogna lavorare sulla compulsione del piacere attraverso delle ristrutturazioni, rendendo la dinamica sempre meno piacevole.

Un caso di vomiting che posso portare come esempio è quello di una giovane suora, che giunse nel mio studio fortemente turbata perché vomitava, a suo dire, in risposta al peccato di gola che commetteva ogni qualvolta si concedeva i piaceri del cibo a tavola; in pratica, vomitare era il suo modo di cancellare la propria “colpa”. Nel colloquio conoscitivo fu importante far emergere quanto ormai il bisogno di rigettare tutto fosse diventato inevitabile, e soprattutto quanto poco lei gustasse il cibo di cui si abbuffava. Il mio compito, in sostanza, è stato quello di stravolgere la sua percezione fino a farle comprendere che in realtà fosse essenziale vomitare, perché quello era il vero e solo aspetto piacevole del mangiare così tanto e in fretta. Quando la paziente comprese di essere totalmente “posseduta” dal piacere, ne rimase sconvolta e si rivelò pienamente cooperativa a livello terapeutico.

 

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Dott.ssa Rachele Falcone Psicologa e Psicoterapeuta
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