Disturbi legati al cibo: la bulimia

di Dott.ssa Rachele Falcone · 8 Settembre 2019

La bulimia in psicologia strategica identifica il disturbo alimentare di quelle persone che divorano compulsivamente grandi quantità di cibo senza che vi siano condotte di eliminazione, nel senso che non vomitano dopo le abbuffate; le bulimiche, come le anoressiche, hanno una grande fragilità emotiva e grosse difficoltà a dominare le proprie reazioni.

Dietro il gesto di abbuffarsi si nasconde un doppio significato: da un lato per la bulimica mangiare è di per sé molto piacevole, d’altro canto però si perde presto il controllo sulla quantità di cibo ingerita; quanto più la persona tenta di limitare il proprio desiderio di cibo, tanto più fallisce e si abbuffa. Molto spesso, proprio il cibo rappresenta il rifugio in cui nascondersi per incapacità o impossibilità di affrontare altre difficoltà della vita: il grasso diventa una corazza altamente protettiva, specialmente nell’ambito delle relazioni interpersonali. La metafora che meglio descrive le persone bulimiche è quella del carciofo che protegge il cuore tenero sotto delle foglie dure e pungenti (citazione del Prof. Nardone), esattamente come fanno loro con il grasso utilizzato come un guscio protettivo della propria personalità.

Esistono due tipologie di bulimiche:

  • Le “boteriane”, così chiamate perché molto simili alle modelle del famoso pittore Botero. Sono persone in forte sovrappeso, tranquille e serafiche; frequentemente sposate con un’apparente vita serena, sono del tutto incapaci di mettersi a dieta (e pertanto considerate delle obese croniche) ma perfettamente consapevoli che il cibo rappresenta la loro protezione e il loro unico modo per lasciarsi andare.
  • Le “jo-jo” sono bulimiche che riescono a stare a dieta per un determinato periodo di tempo, ma poi perdono il controllo sui chili oscillando continuamente tra un peso forma più o meno regolare e un leggero sovrappeso (5-6 Kg di troppo). Con il loro agire, le jo-jo riescono a dimagrire ma poi ingrassano di nuovo, sono perennemente in lotta tra le diete e il sovrappeso; questa tipologia di bulimiche riconosce gli effetti “pericolosi” dell’essere belle e desiderabili, per cui in fondo utilizza il sovrappeso come un brutto vestito protettivo.

La tentata soluzione fondamentale delle bulimiche è l’evitamento del cibo: dieta, controllo sul comprare gli alimenti che più piacciono, aggiramento delle situazioni di tentazione. Tuttavia, la costrizione rende il desiderio incontrollabile, e l’obiettivo terapeutico è quello di insegnare alle pazienti che “solo se te lo concedi puoi rinunciarvi, ma se non te lo concedi sarà irrinunciabile”. La paziente potrà allora mangiare tutto ciò che vuole, ma soltanto a tavola e mai lontano dai pasti; la condizione concordata è che qualunque cosa mangiata fuori dai pasti, venga rimangiata per un numero di volte stabilito in terapia (prima tre, poi cinque, poi sette e così via). Accanto a questo, è necessaria da parte del terapeuta una ristrutturazione sull’utilità del problema a livello psicologico, per portare la paziente a scoprire altri piaceri quotidiani otre a quelli del cibo.

Un caso di bulimia che posso portare come esempio è quello di una giovane donna bella ed elegante, con il “difetto” di quei chili di troppo che cercava di camuffare sotto vestiti ampi e poco giovanili. In terapia si definì una pattumiera vivente: mangiava di tutto, anzi ingurgitava qualunque cosa con soddisfazione e piacere. Mangiare era il suo chiodo fisso, accompagnato al forte senso di colpa e al disgusto per il suo aspetto fisico (tanto che evitava di specchiarsi nonché di provare o comprare nuovi vestiti). Quando le chiesi della sua vita sociale, mi disse che nessun uomo si sarebbe mai avvicinato ad una donna così schifosamente grassa, ma in realtà era lei ad evitare sistematicamente qualsiasi approccio perché schifata al solo pensiero di doversi esporre in una relazione; il risultato era una giovane donna sola e triste. Fu necessario modificare il suo pensiero da “sono poco desiderabile perché grassa” a “sono grassa perché non voglio essere desiderabile”.

Nel corso delle sedute, la donna si rese conto di essere il peggiore giudice di se stessa, accettò di dover iniziare ad aprirsi al mondo e scoprì che con l’arrivo dell’amore il cibo finiva col perdere ogni valenza piacevole.

 

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Dott.ssa Rachele Falcone Psicologa e Psicoterapeuta
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