Un problema non risolto sfocia nella depressione

di Dott.ssa Rachele Falcone · 20 Luglio 2019

Una persona in depressione è un soggetto che smette di combattere, si arrende alla problematica che sta vivendo e sprofonda. Nell’ambito della Terapia Breve Strategica, è possibile individuare le dinamiche del paziente depresso nelle quattro principali tentate soluzioni predominanti:

  • Chi si comporta da vittima, che trascorre tutto il giorno a lamentarsi con gli altri su quanto sfortunata e triste sia la propria vita.
  • Chi rinuncia a lavoro, amore, amicizia e hobby isolandosi in un proprio limbo sicuro.
  • Chi delega agli altri i compiti che spetterebbe a lui svolgere, perché si sente incapace di gestirle.
  • Chi pretende di essere compreso, accudito e che le persone intorno facciano le cose al posto suo, giustificandosi perché depresso.

Da questo elenco si intuisce quanto difficile sia convivere con una persona depressa, perché questa è ostile tanto verso se stessa quanto nei confronti di familiari e amici. Ciò che spinge una persona “normale” dentro il baratro della depressione può essere un forte evento traumatico (la morte di una persona molto cara, un trauma irrisolto, l’abbandono di un amore), oppure l’inadeguatezza da parte della persona a superare un problema di entità minore che però col tempo assume sembianze devastanti e invalidanti (la persona passa da una fase di illusione per qualcosa alla delusione depressiva per il fallimento della stessa).

Il compito dello psicoterapeuta è agire secondo lo stesso meccanismo di funzionamento del problema che ha innescato il circolo delle tentate soluzioni disfunzionali, modificandolo fino alla totale risoluzione del malessere. Se i familiari sono molto coinvolti nel quotidiano del paziente, può essere richiesta in alcune fasi terapeutiche la loro collaborazione da parte del terapeuta.

L’idea di partenza secondo la quale il depresso è chi tira i remi in barca e si arrende alla propria condizione, mi consente di porvi il caso di studio del tema depressivo non come esempio unico, ma sotto forma di un elenco di svariati casi di pazienti dichiarati depressi quando sono arrivati nel mio studio, ma dei quali è in realtà emerso un problema di fondo specifico e non risolto (che solo in via definitiva era sfociato in stato depressivo).

Un primo esempio è quello di una quarantenne giunta da me con una diagnosi conclamata di depressione, curata da quattro anni con farmaci specifici; nonostante questa cura, lei non riusciva però a riprendere il controllo della sua vita e soprattutto si sentiva la parte malata della famiglia, anche perché i suoi figli adolescenti la trattavano effettivamente come una malata incapace di reagire, e questo le creava molta angoscia e tensione. Io misi in dubbio la diagnosi che lei si era cucita addosso, facendole insinuare il sospetto che in realtà fosse il suo agire a dover essere modificato per cambiare anche la percezione degli altri. La donna, aggrappandosi a questa nuova speranza, si è ben presto risollevata seguendomi in un iter anche breve di recupero. Un altro caso è quello di una ragazza che, dopo un tragico e devastante incidente stradale, viveva nella paura dell’accaduto e nell’evitamento fobico: aveva il timore di morire, e per tutelarsi da ciò non riusciva a vivere. In questo caso il vero problema non era la depressione di lei in sé ma quel trauma che invadeva il suo presente lasciandola in uno stato d’angoscia perenne, e quindi il mio intervento terapeutico si è focalizzato sulla rielaborazione. Ancora, incontrai un ragazzo che si definiva depresso perché ormai più niente lo interessava: preferiva passare le giornate a dormire e le notti in bianco perché non si sentiva compreso, e meditava il suicidio per sottrarsi ad una vita che definiva inutile. In realtà emerse la non accettazione, innanzitutto da parte sua prima che di chiunque altro, del proprio orientamento sessuale: era omosessuale, sapeva di esserlo ma temeva terribilmente di ferire i suoi familiari se lo avesse confidato loro. Per lui era diventato molto più comodo (anche se doloroso) rimanere in casa lontano dalle tentazioni, anziché confrontarsi con la propria natura.

Come potete notare, nei casi di depressione si agisce in maniera differente su ogni paziente perché ognuno ha una sua base percettiva personale e unica, un proprio funzionamento disfunzionale che bisogna individuare e su cui bisogna lavorare. Per lo psicoterapeuta, questo significa comprendere che la depressione è il coperchio che la persona usa per chiudere il pentolone del suo vivere e non farne defluire via i dolori.

Per qualsiasi ulteriore chiarimento e informazione potete contattarmi al 3466889000.

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Dott.ssa Rachele Falcone Psicologa e Psicoterapeuta
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